04Nov/13

Il mio viaggio tra gli Emisferi Musicali

Il mio viaggio tra gli Emisferi Musicali

Lavorare nell’ambito della disabilità è complesso, richiede un grosso sforzo per trovare la sintonia comunicativa, il canale più appropriato per mettersi in contatto. In realtà questo riguarda ogni tipo di relazione, solo che per “abitudine” ce ne dimentichiamo, o vi prestiamo meno attenzione dando per scontato il comprendersi. Le sorprese (belle o brutte che siano) arrivano quando ci si rende conto che non è proprio così…
Mi chiamo Simona Mortarino, di professione psicologa con formazione in Psicosomatica e da questa premessa ha inizio il racconto del mio Viaggio tra gli Emisferi Musicali.

Posso affermare che è stato Emisferi Musicali a trovare me, e non viceversa. Per la precisione devo ringraziare un “passaparola” da parte di una collega, a sua volta amica di Chiara Stoppani che è la mente (ma anche il braccio) di quest’Associazione. Non ho mai saputo nulla riguardo alla musicoterapia, né tantomeno al metodo MTO (MusicoTerapia Orchestrale), ecco perché la mia prima lunga telefonata con Chiara si è conclusa con un necessario accordo su un appuntamento: spiegarmi per telefono in cosa consistesse era davvero un’ardua impresa. In realtà ho costatato qualche giorno dopo che nemmeno l’incontro è stato esaustivo nel farmi comprendere il tipo di attività: ha a che fare con la musica, si suona insieme, c’è un conduttore, ci sono dei ragazzi, ha una determinata durata di tempo. Nulla di trasmissibile verbalmente è stato in grado di legare insieme questi elementi affinché nella mia mente si delineasse una forma definita, ecco perché ho deciso di provare, del resto l’apprendimento passa attraverso l’esperienza diretta.

La presa in carico
Il colloquio di presa in carico ha la funzione di introdurre ragazzi e genitori al mondo della MusicoTerapia Orchestrale. Questi ultimi vengono accolti da una psicologa in una stanza in cui possono raccontare brevemente la storia del proprio figlio, ma anche illustrare le motivazioni che li hanno portati ad un percorso di questo tipo; vicendevolmente la psicologa fornisce loro informazioni rispetto all’attività che verrà svolta, in cosa consiste, quali sono gli obiettivi a breve e a lungo termine. Nel frattempo, il ragazzo sperimenta “sul campo” cosa significa avere a che fare con gli strumenti musicali: sulla base di uno o più brani proposti dal pianista, si destreggia tra arpa, violoncello, contrabbasso, violino, xilofono, metallofono, grancassa e timpano. Gli è concesso di provare ciò che desidera ed esplorare l’ambiente.

Con Chiara eravamo d’accordo che, per cominciare, avrei partecipato a questi colloqui. Ho aderito all’iniziativa ma, per deformazione professionale, e soprattutto per sentirmi più “sicura”, mi sono diretta subito nella stanza con la psicologa per accogliere i genitori.
Occupandomi privatamente di ragazzi con difficoltà legate tendenzialmente all’apprendimento, ho spesso a che fare con i genitori in quanto importanti interlocutori del disagio del figlio e potenzialmente buoni collaboratori per un lavoro di rete; iniziare quindi quest’esperienza per me del tutto nuova e sconosciuta a partire da una situazione “familiare”, mi è sembrata la scelta più adatta. Dopo qualche colloquio però, vedendo verso la fine di ciascuno entrare i ragazzi nella stanza con grandi sorrisi, mi sono affacciata timidamente alla stanza degli strumenti e, insieme a Silvia (che poi ha partecipato al lavoro di quest’anno), ho esplorato strumenti e tonalità musicali. Sono stata “presa in carico” anch’io e alle 18.30 di quel 7 gennaio 2013 ho preso la mia definitiva decisione: avrei partecipato come affiancatrice all’attività di MusicoTerapia Orchestrale.

Gli Aristogatti
Il “giorno di Emisferi Muscali” era il giovedì presso la sede di Anffas a Borgomanero, la Comunità Residenziale Il Glicine e tre erano i gruppi: uno al mattino, due al pomeriggio; ho iniziato col partecipare a questi ultimi, per entrare gradualmente nell’esperienza. I ragazzi arrivavano alle 15.00, ma i volontari dovevano essere sul posto mezz’ora prima per avere il tempo di provare i pezzi.
L’attività è partita il 10 gennaio e il primo brano che ho avuto il piacere di sperimentare con questo metodo è stato “Gli Aritsogatti”: piacevole, orecchiabile e ben conosciuto. Chiara ha scelto di proporlo per la sua semplicità adatta per cominciare e mettere a proprio agio i ragazzi.
“Provare” è un termine che mi fa pensare alle band, contesto assolutamente estraneo alla mia esistenza fino a quel momento! Eppure, nonostante avessi conosciuto Chiara da poco, Giulia (la pianista) il momento stesso, come del resto gli altri affiancatori, mi sono sentita subito a mio agio.
Giulia suona il motivo, Chiara ci indica a quali strumenti approcciarci in base a come ha pensato gli affiancamenti tra noi e i ragazzi e, mediante gesti semplici e specifici, ci conduce, cioè ci comunica quando e come suonare. L’attività prevede che dopo ogni brano si cambi la postazione (e l’affiancamento) e si utilizzi un altro strumento. A questo punto, indipendentemente dallo strumento a cui si è, ci si dimentica di non saper suonare (parlo da non musicista, ovviamente): si suona e basta! Non esiste lo stress del non conoscere le note, di non ricordare dove sono posizionate, quale suono deve essere prodotto. Ci si può gustare lo strumento con le sue vibrazioni e peculiarità. Si esplora un oggetto sconosciuto, che può diventare un compagno, un amico, oppure continuare a essere un estraneo (a questo proposito infatti, scoprirò proseguendo che il violino ed io non abbiamo una grande affinità).
Sono le 15.00, arrivano i ragazzi. Iniziamo.

Psicosomatica dell’esperienza
Mi risulta piuttosto difficile descrivere cosa sia accaduto, come mi sia sentita, cosa abbiano fatto i ragazzi. Certo sono anche trascorsi diversi mesi, ma so che la difficoltà non risiede tanto nella memoria, quanto nell’agglomerato di sensazioni e vissuti associati al ricordo.
Ho affermato all’inizio di questo lavoro quanto la comunicazione possa essere complessa, soprattutto con ragazzi che hanno diverse difficoltà. Anzi, devo ammettere che tale aspetto mi ha sempre intimorito. Ma la musica, la conduzione, il piano, gli strumenti e le melodie (più o meno armoniche) che insieme si producono portano tutti noi ad un livello con altre connotazioni, altri codici.
Da sei anni porto avanti un percorso personale e formativo all’interno dell’Istituto di Psicosomatica Integrata di Milano, dove ho imparato e sto imparando tutt’oggi, che il corpo ha un ruolo fondamentale come “mezzo” di apprendimento e scambio relazionale, in qualsiasi contesto. Percezioni, sensazioni, emozioni, vissuti, sono elementi che riguardano principalmente il corpo e poi la mente, la quale a sua volta è un “prodotto” delle complesse interazioni tra cervello, sistema anatomico e ambiente. Non esiste un ordine cronologico preciso, ogni secondo vissuto racchiude in sé una complessa interazione di numerosissime variabili, ma l’impatto delle esperienze ha luogo in larga misura nel “qui e ora” della corporeità.
L’apprendimento stesso ha la sua base nel corpo, poiché mediante l’assimilazione graduale di movimenti specifici s’interiorizzano schemi di azioni e informazioni complesse, siano esse di tipo “comportamentale” (es. la guida), che “intellettuale” (es. un concetto o una teoria). Su questo meccanismo si fonda il lavoro di Emisferi Musicali: ragazzi e operatori, imparano insieme a suonare un brano musicale mediante l’apprendimento di associazioni tra gesti del conduttore e tipo di suono da riprodurre.
Ma non c’è solo questo…Non si tratta solo di imparare un brano, l’obiettivo non è la performance bensì, almeno per quanto riguarda la sottoscritta, vivere il processo dell’esperienza.

Un’altra Chiara!
Dopo circa un mese in cui mi recavo a Borgomanero solo per il pomeriggio, Chiara mi ha proposto di partecipare anche al gruppo del mattino. Non ho esitato un istante, ho accettato e qui ho anche avuto l’opportunità di conoscere un’altra Chiara, Chiara Lucchini conduttrice da diversi anni in Esagramma di Milano, nonché del gruppo del mattino a Borgomanero.
Da questo punto fino a giugno, ho potuto sperimentare due stili di conduzione piuttosto differenti tra loro e ciò mi ha arricchito molto, soprattutto in veste di “profana” del metodo MTO. Inoltre, sia Chiara Lucchini che Chiara Stoppani quando non conduttrici svolgevano il ruolo di affiancatrici, per cui le loro modalità di lavoro “da un lato all’altro della barricata” hanno sempre beneficiato di un’influenza biunivoca assolutamente costruttiva.

Il Diario
Una fase molto importante di questo lavoro, è la stesura del Diario. Dopo l’ora trascorsa con i ragazzi, gli operatori si riuniscono per raccogliere impressioni, vissuti, elaborazioni rispetto al lavoro svolto e a come ogni ragazzo si è approcciato allo strumento con relativi miglioramenti, difficoltà e successi. A questo punto vi è il graduale passaggio “dal corpo alla mente”, giacché tutto ciò che si è sperimentato nell’ora precedente necessita di essere tradotto e comunicato verbalmente, il tutto di nuovo in un contesto gruppale che offre quindi la possibilità di confrontarsi, arricchire i propri punti di vista e, perché no, anche eventualmente di non essere d’accordo. Il tutto è stato per me una grande occasione di mettermi in gioco non solo come “psicologa”, ma come Simona che integra le proprie competenze e conoscenze con quelle di altri individui a posteriori: l’intellettualità diventa un mezzo per esprimere e organizzare elementi esperienziali, e non viceversa.
Oltre a ciò, il Diario rappresenta anche un importante punto di riferimento poiché racchiude le informazioni necessarie a Chiara e Chiara (le due conduttrici) per pianificare e organizzare gli incontri successivi in vista del Saggio Finale.

Comunicare con la musica
Ogni essere umano ha in sé l’innata tendenza a comunicare, a relazionarsi con l’ambiente, ciò che rappresenta spesso un grande ostacolo è trovare il canale che possa consentire lo scambio. Nel mio lavoro mi ritrovo in molte situazioni a condurre un ripristino della comunicazione tra genitori e figli all’interno di un sistema familiare, che nasce dall’interazione dei suoi componenti; lo stesso vale per la comunicazione tra sé e sé, laddove ristabilire un equilibrio significa riorganizzare e riconnettere gli elementi del sistema mente-corpo. Spesso i ragazzi in difficoltà (qualunque essa sia) si ritrovano in una condizione in cui la comunicazione con il mondo è interrotta indipendentemente dalla volontà o dagli sforzi che i genitori o loro stessi mettono in atto. Ciò crea dei circoli viziosi molto potenti e invalidanti che, seppur generatori di dolore e sofferenza, diventano dei veri e propri equilibri e, in quanto tali, garantiscono una certa stabilità. Ecco allora che terapie, riabilitazioni, tecniche e via discorrendo, non riescono a scalfire minimamente la rigidità di certe consuetudini comportamentali e relazionali.
In Istituto di Psicosomatica lavoriamo sulla soggettività nel condurre i trattamenti, nessuna tecnica o metodo sono applicati a priori, ma sempre calibrati sul soggetto e sulla situazione che sta vivendo. Il progetto terapeutico quindi, si costruisce in itinere e sempre più spesso in équipe, dove un nuovo sistema può accogliere l’individuo (e generalmente la famiglia) in un lavoro di rete di cui essi stessi sono collaboratori attivi. Tale modello di lavoro è in ottima sintonia con Emisferi Musicali, con la differenza che l’équipe non è composta solo da persone, ma anche da violini, violoncelli, contrabbassi, piccole e grandi percussioni, arpa e pianoforte.
Il rapporto con gli strumenti musicali è molto interessante, si entra in risonanza con essi rispetto a caratteristiche che per ognuno possono essere differenti: la vibrazione del suono, la forma fisica dello strumento, la sua grandezza, la comodità della posizione in cui si brandiscono e così via. Molti ragazzi, dal momento di presa in carico, hanno sperimentato il cosiddetto “colpo di fulmine” con alcuni strumenti particolari, per alcuni è stato il violino, per altri l’arpa. Molto gettonate anche le percussioni. Lo stesso posso affermare per quanto riguarda me, che, come quasi tutti i ragazzi, non ho mai suonato uno strumento musicale in vita mia (a parte il flauto alle scuole medie).
Durante il colloquio di presa in carico mi sono sistemata immediatamente alle percussioni, allo xilofono per la precisione. Silvia era accanto a me e il mio “seguire il ritmo” determinava anche il suo, poiché la sua notevole capacità attentiva le consentiva di imitare accuratamente i miei gesti. Credo di poter affermare che in quel momento io abbia avuto un doppio incontro: con lo strumento e con la ragazza.
Quando si affianca qualcuno, in realtà non si forma una coppia, ma una triade: affiancatore, ragazzo e strumento; quest’ultimo determina la loro relazione e ne è il mezzo, il collante sul quale si concentrano le energie dei primi due allo scopo di imparare a riprodurre un determinato suono e integrarsi in un contesto orchestrale. Non è un processo semplice, richiede tempo, fatica e dedizione, ma la progettualità che si prospetta implica una partecipazione “alla pari” degli individui, aldilà delle competenze specifiche di ognuno. I ragazzi d’altro canto, si presentano con un notevole “bagaglio” di difficoltà, ma quando si approcciano alla musica qualcosa “si sveglia” in loro, forse qualcosa di “arcaico” e la comunicazione assume tutt’altra connotazione. La loro pulsione a suonare e il piacere che ne deriva, rappresenta quindi un potente canale d’interazione prima, e autentica comunicazione poi, la quale si integra con il conduttore e con il resto del gruppo. Il rinforzo derivante da questo tipo di esperienza permette una notevole apertura alla relazione senza che vi siano forzature dall’esterno, l’oggetto è la musica, l’obiettivo è la musica, ogni componente del gruppo può fare musica, non c’è bisogno d’altro!
Imparare gesti nuovi, contestualizzarli all’interno di una composizione musicale, ascoltarne i prodotti, favoriscono la creazione di nuovi schemi di relazione che sicuramente non sono sufficienti a determinare un cambiamento radicale, ma permettono di registrare nel corpo delle memorie particolari, “ritmiche”. Suonare insieme del resto significa anche rispettare le pause, i silenzi, ascoltare il suono dell’altro, insieme al proprio o da solo che sia. Lo sforzo attentivo è faticoso, poiché consiste nel rivolgersi al conduttore, a sé e al resto del gruppo quasi contemporaneamente, il tutto in associazione a gesti che producono suoni. Spesso le condizioni di disabilità rendono difficoltosa la messa in atto di più azioni contemporaneamente, soprattutto se queste necessitano di essere pensate; la forza della musica, della ritmicità consiste proprio nel “mettere da parte” il pensiero e tornare alla fase infantile dell’imitazione e dell’esplorazione mediante gesti semplici ma produttivi. È una sorta di “ritorno alle origini” in vista del raggiungimento di nuovi traguardi.

Il Saggio Finale
Il primo anno di MTO prevede che l’ultima lezione possa essere assistita da un pubblico composto dai genitori dei ragazzi dei rispettivi gruppi. Si tratta di un momento importante: per i giovani musicisti esposti nella loro performance, per i genitori che finalmente assistono al lavoro dei loro figli e sperimentano in presa diretta cosa sia la realtà di Emisferi Musicali.
I brani da suonare sono scelti dalle conduttrici e le ultime lezioni prima del Saggio sono volte a riprodurli al meglio possibile, gli affiancamenti rimangono stabili così da permettere a tutti di memorizzare gesti e momenti in cui intervenire. In effetti forse, dico forse, ho potuto toccare con mano la frustrazione di provare un pezzo innumerevoli volte e questo mi ha fatto davvero sentire come se fossi in una band! Anche questo è il bello dell’esperienza, perché oltre a lavoro e fatica ci sono battute, risate, scherzi…Insomma, ci si diverte!
Il giorno del Saggio è stato assolutamente estenuante, la mia stanchezza dopo l’ultima delle tre esibizioni ha raggiunto una notevole intensità, ma lo stesso posso dire della mia soddisfazione. Suonare insieme ai ragazzi, aver personalizzato i brani, concedersi qualche improvvisazione e vivere gli applausi del pubblico…Il tutto è stato davvero molto emozionante e dicendo questo mi rendo conto di non avere idea di quale emozioni io stia parlando: gioia, commozione, liberazione, gratitudine e gratificazione che insieme formano qualcosa di ancora diverso…
In realtà non credo di aver bisogno di trovare le parole a riguardo, posso solo suggerire ai lettori di intraprendere questo viaggio.

Simona Mortarino

11Set/13

Iscrizioni

PERCORSI TRIENNALI DI MUSICOTERAPIA ORCHESTRALE

CONFERME di PARTECIPAZIONE

La conferma di partecipazione si rivolge alle famiglie che hanno frequentato il primo anno del percorso MTO.

Per motivi organizzativi si prega di confermare la partecipazione al secondo anno del percorso MTO entro il 5 Luglio 2013.

Scrivi a chiarastoppani@emisferimusicali.org

ISCRIZIONI NUOVI ALLIEVI MUSICISTI

I colloqui di presa in carico psicopedagogica e musicale per le persone interessate a partecipare ai gruppi MTO si effettueranno a partire dal 25 giugno 2013.

Si prega di contattare Emisferi Musicali per fissare la lezione di prova individuale e per ricevere tutte le informazioni e i chiarimenti sul percorso proposto.

La presa in carico psicopedagogica e musicale è individuale.

Prevede un colloquio psicologico e uno musicale per ogni partecipante al gruppo MTO.

I ragazzi devono essere accompagnati dai genitori.

Mentre i ragazzi sono coinvolti in una lezione prova individuale i genitori incontrano personalmente lo psicologo referente del gruppo che chiarisce eventuali dubbi e spiega nei dettagli la metodologia e il percorso porposto.

Scrivi a chiarastoppani@emisferimusicali.org